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#Yolatengocomotodas, cosa vuol dire essere una donna (qualsiasi)

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#Yolatengocomotodas, cosa vuol dire essere una donna (qualsiasi)

Come l’anno scorso, quello prima e, molto probabilmente anche il prossimo: io ODIO l’8 marzo. E non tanto per le stucchevoli carinerie che il genere maschile riserva al gentil sesso. Neanche per la solita retorica qualunquista acchiappalike. Quanto invece per tutto quello che ancora c’è da fare e non è stato già fatto.

 

xdonne.jpg,qitok=1sbQejLK.pagespeed.ic.VbRq1R38pWE di cose da dire e da fare ce ne sarebbero eccome. A partire dalla storia di questa festa, passando poi per le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose. Potremmo poi parlare pure delle altre donne, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017. Senza dimenticare un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy. Per concludere, ovviamente, con le mimose, che un fiore più stupido per celebrare la natura femminile non poteva esserci.

Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi tornare alla nostra vita quotidiana, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri dolcemente complicate: le donne. Ma è qualcosa di trito e ritrito e a me non piace ripetermi.

E allora ho pensato a qualcosa che ancora non è stato detto: nel mare magnum di donne straordinarie ho deciso di dare voce a una donna qualsiasi: io, qualche anno fa. In un favoloso mondo pieno di Ameliè io scelgo Orietta Berti. 

Scherzi a parte, ho immaginato di parlare a una piccola me, una me bimba che ha fretta di diventare donna ma che, di fatto,17022185_10154973437936760_7835184198694668623_n non sa come si fa ( e neanche cosa l’aspetta). 

E ho pensato che le direi tante cose. Prima di tutto, che il primo amore non si scorda mai, e che quindi la prima di cui farebbe bene a innamorarsi è se stessa. Ma non di un innamoramento frivolo, fatto di farfalle nello stomaco, bacini, bacetti e vanità; bensì di un amore profondo e consapevole, fatto di umanità e accettazione, di comprensione e cura, che dovrà costruire giorno per giorno, adempiendo al titanico compito di volersi bene per quella che è.

Le direi di guardare in faccia la realtà sempre, senza dimenticarsi di sognare. E che i suoi sogni deve sceglierseli lei, da sé e per sé. E che non deve temere che siano sogni sbagliati, perché i sogni sbagliati non esistono. L’unica cosa più sbagliata di sbagliare, è non provare.

Le direi che ciò che lei vuole è più importante di ciò che vogliano gli altri da lei o per lei. E che le capiterà di cambiare idea, che non è facile capire quello che si vuole, che una volta sarà convinta di volere una cosa, e poi s’accorgerà di volerne un’altra, e che per giungere a una conclusione dovrà vivere, sperimentare, scoprire. Sbagliare, anche. Con un po’ di incoscienza prima e con tanto coraggio poi.

Le direi di ascoltarsi, ma non troppo e non sempre, perché spesso noi donne ci diciamo un sacco di minchiate.

Le direi di criticarsi, perché in fondo la critica è un atto d’amore. Ma solo per migliorarsi, non per ferirsi, che tanto a ferirla ci penserà il resto del mondo.

Le direi di coltivare le proprie passioni anche quando sarà l’unica a credere nel loro valore. Che l’ostinazione le servirà.

Le direi di conservare sempre la bellezza negli occhi, per continuare a vedere bellezza in ciò che  guarderà.

Le direi di non perdere mai la capacità di ascoltare il prossimo e di imparare a vestire panni diversi dai suoi. E’ il modo migliore per crescere.

Le direi di imparare a gestire quel tipico bisogno femminile di conferme da parte di terzi, specialmente degli uomini, e di procurarsi da sé le conferme di cui ha bisogno: lavorando, leggendo, conoscendo e sviluppando le sue abilità (che esse siano fare pasticcini, oppure trovare la cura a una malattia incurabile).

Le direi di non credere alle favole, che “vissero per sempre felici e contenti” è una cosa che non esiste, ma ne esistono altre, che a volte sono anche migliori perché sono vere. E, soprattutto, che deve imparare a salvarsi da sola, distribuendo le forze e le energie su fronti diversi. Che a volte ci riuscirà e a volte farà più fatica.

Le direi di non subordinare la sua felicità a quella di un uomo, di imparare in fretta a distinguere ciò che le fa bene, da ciò che le fa male perché potrebbe capitarle di prendere un abbaglio e confondere l’amore. Allora dovrà ricordarsi che l’amore è quella cosa che ti fa stare bene, che ti rende migliore, non quella che ti peggiora, che ti svuota, che ti fa perdere l’equilibrio e cadere. Che poi ti serve una riabilitazione che non finisce più.

E proprio a proposito di uomini le direi che non è vero che sono tutti stronzi. Alcuni sì, ma per ognuno che la farà piangere ce ne sarà un altro che le darà la mano, l’aiuterà a rialzarsi e camminerà accanto a lei. Non un passo avanti, non un passo indietro. Accanto.

Le direi che il rapporto con le altre donne non sarà sempre semplice, ma che non è colpa sua e nemmeno loro. Che non dovrà vivere la relazione femminile come una competizione ma come un’opportunità, non come un paragone spietato, ma come una reciproca occasione di arricchimento. Solo allora si renderà conto di quanto speciale possa essere la complicità tra donne. 

Le direi di non avere paura di ciò che la gente dice di lei, e di infischiarsene quando le diranno che è troppo bassa, o troppo grassa, o troppo giovane, o troppo vecchia, o troppo diversa, o troppo disinibita, o troppo egoista, o troppo fessa, o troppo stronza. Di andare per la sua strada, senza perdere di vista i suoi obiettivi. Esigendo dagli altri solo una cosa: il rispetto.

Le direi di fare shopping ogni tanto, che fa bene, ma di non spendere così tutti i suoi soldi. Bensì di viaggiare, andare al cinema ma evitare i film in 3D, andare alle mostre e ai concerti. Di iniziare ad ascoltare il rock. E poi l’hard rock. Persino il post-rock. La new wave. Il reggae. I cantautori italiani. L’indie, nostrano e straniero. E il pop, selezionato. E la musica latina, a piccole dosi, senza snobismo. Dear Jack e simili, invece, per l’amordiddio no.

Le direi di non rinvangare i dolori del passato. Che non vuol dire dimenticarlo, ma solo imparare ad andare avanti. Le persone che l’hanno fatta soffrire, quelle si, può dimenticarle. Anzi deve. E senza bisogno di perdonarle. Che perdonare è complicato e alla fine non lo si fa mai del tutto. E una cosa o la fai bene o non la fai per niente. 

Le direi che a volte sentirà un’ansia forte, che dipenderà delle aspettative che ha per se stessa. O che la società ha per lei. E che deve imparare a ridurre e a semplificare. A spogliarsi delle pressioni e a respirare profondamente.

Le direi di credere fermamente in se stessa, di avere fiducia nelle proprie capacità affinché anche gli altri ne abbiano in lei. Che alla fine, se desidera davvero qualcosa la otterrà. Perché le donne sono forti, anche quando sono deboli; perché sono combattenti anche quando sono stanche; perché essere donna è un casino ed è una sfida quotidiana. Una sfida a essere sicura, a essere decisa, a essere tenace, a essere dolce, a fare tre miliardi di cose insieme, a lavorare, a costruire una vita privata. A emanciparsi, senza snaturarsi. Ad avere i coglioni, ma anche le ovaie ( anche se del pre- mestruo ne farebbe volentieri a meno). 

Le direi che la cosa più importante che possa imparare e amare e lasciarsi amare. Anzi no, questo glielo dirà Moulin Rouge. Però aggiungerei che l’amore è una roba che si dimostra verso un compagno, ma anche verso la famiglia, gli amici, i figli, i figli degli amici, i simili e i diversi.

Infine, le direi di continuare a sorridere il più possibile, anche quando non avrà più i denti da latte, anche quando avrà la dentiera. Insomma anche quando gli eventi proveranno a farla smettere. 

Così facendo non diventerà straordinaria, non vincerà un nobel, nè un oscar e neanche il set di pentole con i punti dell’Esselunga. Sicuramente non contribuirà a rendere il mondo un posto migliore, a quello sicuramente ci penseranno donne più altruiste. Eppure sarà una donna felice e, visti i tempi che corrono, è già una bella conquista.

(P.s tra le altre cose le direi anche di scegliere o Tim o Vodafone che mannaggialamiseria la wind è l’unica che l’8 marzo non regala giga!). redazione-le-donne-woodstock-69

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