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Je (ne) suis (pas) Bridget Jones

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Je (ne) suis (pas) Bridget Jones

Avete presente quando da adulti assaggiate qualcosa per cui andavate pazzi da bambini ma che ora vi accorgete che in realtà fa cacare? Ecco, l’ultimo capitolo di Bridget Jones (Bridget Jone’s Baby) mi ha fatto un po’ questo effetto. 

Cioè, non è che mi ha fatto proprio cacare. Diciamo che è stata un po’ una delusione. Io che con Bridget Jones sono cresciuta, io che mi rivedevo in lei, io che con lei non mi sono mai sentita sola nella sfiga-zone, avrei preferito rivederla così come l’avevo conosciuta. E amata. Goffa, paffuta, sgraziata, single, esageratamente single, tenera, ottimista, tabagista, alcolista, sarcastica, romantica, autrice di lunghi elenchi di buoni propositi puntualmente mandati a puttane, con un pessimo gusto in fatto di vestiti e l’occhio lungo in fatto di uomini.1467205179215

Non sono riuscita a odiarla neanche quando, nonostante i capelli unticci di quel biondo finto irritante, le guanciotte paonazze e i mutandoni antistupro di flanella, si è portata a casa (letteralmente) non uno, ma ben due manzi. E che manzi. Darcy il gentleman, quello tutto d’un pezzo, all’apparenza algido e scorbutico, ma che nell’intimità sa sprigionare più calore di una stufa ad infrarossi e Daniel, il donnaiolo, lo stronzo, quello che il cervello ce l’ha nei pantaloni ma che, guarda un pò,   per Bridget riesce persino a provare dei sentimenti.

Ma ora, ora che è diventata l‘incarnazione della donna media, ora che sembra uscita da un manifesto del Fertility Day della Lorenzin, si, credo proprio che posso iniziare a odiarla. 

bridget-jones-baby-poster-slide-1La Bridget dell’atto finale della trilogia sembra essere rimasta incastrata nell’ideale di donna, anzi di femmina, di 15 anni fa. Sembra non essersi evoluta. Sembra incapace di incarnare lo spirito del tempo che viviamo (a differenza della disinvolta amica 30enne che raccatta storie usa e getta su Tinder o il nuovo capo, giovincella ambiziosa e in carriera che arriva in redazione accompagnata da hipster barbuti). Al contrario, per 125 minuti non fa altro che propinarci una serie ininterrotta di messaggi anti-femministi. Che si, a una commedia leggera, perché di questo si tratta, non si chiede certo di aizzare proteste di interesse pubblico, ma neppure sembrare una propaganda fascista degli anni cinquanta.

Dopo 15 anni, quella che ho trovato sullo schermo, è una Bridget che si auto-osserva ancora attraverso la lente dell’ideale borghese di amore e famiglia. E si giudica. E’ una Bridget Jones che si auto-definisce “prostituta” dopo una notte di sesso occasionale. Una Bridget Jones che vive la vergogna dell’incertezza sulla paternità del figlio che porta in grembo, anziché dell’incapacità di usare precauzioni sicure. A 43 anni suonati.bridget-jones-baby-pictures

E il colpo di grazia arriva quando, dopo la rottura delle acque, fatica ad arrivare in ospedale per colpa di “una stupida manifestazione femminista” (ripetuto almeno due o tre volte dai personaggi) che blocca il traffico e fa arrivare tardi tutti all’appuntamento con il bebè. Compresa la madre provincialotta della protagonista che, alla fine, riferendosi alle pseudo-Pussy-Riot rappresentate nel film come macchiette con le tette all’aria, ci regala l’epilogo perfetto: “Che diritti vogliamo ancora?”.

renee-zellweger-and-colin-firthGiusto, che diritti vogliamo ancora? Di cosa ci lamentiamo? Abbiamo le ovaie, possiamo, dobbiamo procreare, il resto non conta. Perché la maternità è un diritto ma, a quanto pare, anche un dovere, da accogliere senza esitazioni, anche se caotica, anche se imperfetta, anche se non voluta, anche se rischiosa. L’importante è fare figli, che la bellezza non ha età, la fertilità si. Beatrice (Lorenzin) docet.  

L’impressione che ho avuto è che Bridget sia si invecchiata (nonostante l’evidente aiuto di un chirurgo plastico) ma non sia cresciuta. La vita le è semplicemente scivolata addosso e lei non ha fatto altro che stare ferma ad aspettare che qualcosa di straordinario le accadesse. E ovviamente per qualcosa di straordinario, Bridget intende un matrimonio, un figlio, una famiglia. 

bridget-jones-wedding-1E la cosa bella è che alla fine ce la fa pure. Finalmente può entrare di diritto nel fantastico mondo delle mogli perfette, appagate, compiaciute. Che per carità, desiderare una famiglia e la rassicurante protezione del nido non è certo un crimine. Però forse, oggi, è la banalità. Sicuramente non è quello a cui tutte ambiscono. Ancor peggio, non è quello che tutte possono permettersi. Perché nella realtà se hai un rapporto occasionale con due uomini diversi e rimani incinta di un bambino che non sai di chi è, difficilmente gli ipotetici papà faranno a gara per esserti d’aiuto, pronti ad amarti e ad accoglierti nella loro vita. Sogna ragazza, sogna!

E’ decisamente molto più probabile che quel bambino tu sia costretta a crescerlo da sola, contro tutto e tutti, con l’aiuto di pochi e il giudizio di tanti. E magari un giorno ti sposi, si, ma non obbligatoriamente con il padre di quel bambino ma con un uomo che forse, finirà per amarlo anche di più. Oppure resterai una mamma single e dimostrerai a tutti il tuo coraggio. Ecco, mi sarebbe piaciuto vedere una Bridget così. Una Bridget in linea con i tempi. Reale. 

Avrei preferito ricordarla come una delle icone single di mezzo mondo, la Carrie Bradshaw di Tor Bella Monaca, bridget-jonesl’outsider, l’ideale di donna imperfetta, affetta da incontinenza verbale, che impara a convivere con i suoi limiti, ad accettarsi e sdrammatizzarsi, a sopravvivere alle aspettative sociali gestendo il perfetto equilibrio tra emancipazione e ricerca romantica dell’amore, il desiderio di indipendenza e il bisogno irriducibile di un uomo pronto ad accettarci e amarci per quelle che siamo, con tutte le nostre paturnie, i nostri difetti. Mutandoni contenitivi inclusi.  A volte combattuta certo, ma alla fine capace di amarsi, tra alti e bassi, con o senza un pene accanto.  Avrei preferito vedere una Bridget Jones 40enne, meno imbranata di quando ne aveva 30 ma sicuramente di più di quando ne avrà 50, a cena di amici, alcuni etero, alcuni gay, alcuni sposati, altri divorziati, zia affettuosa dei loro figli, realizzata sul lavoro, impegnata nel tempo libero a viaggiare, uscire, andare al cinema o a teatro, conoscere, mangiare, bere senza più bisogno di sbronzarsi ma solo per il piacere di un buon bicchiere di vino. Felice, anche senza bisogno di un marito. Figuriamoci, di un figlio. 

largePersino la sua ginecologa, una straordinaria Emma Thompson, le dice che ce la può fare da sola. Che non ha bisogno di un uomo che faccia da padre al suo bambino. Figuriamoci di due ( anche se uno è Patrick Dempsey). Ma Bridget non sa neanche prelevare denaro dal suo bancomat senza dimenticarsi il pin, non ricorda quando è il momento di fare la spesa e quando non lo è di perdere le chiavi di casa. In compenso, sa perfettamente aspettare il suo Mark Darcy che, puntualmente e guarda caso, si trova sempre nel posto giusto, al momento giusto, pronto a portarla in salvo. 

E poi, come se questi non fossero motivi sufficienti per odiare la primipara attempata, vogliamo parlare del fatto che solopatrick-bridget a lei poteva capitare la fortuna di andare ad un festival musicale, uno di quelli in cui la probabilità di imbatterti in uno figo, sobrio e privo di sifilide è praticamente pari a zero, ed entrare casualmente proprio nella tenda di Jack/Patrick Dempsey (per poi passarci, ovviamente, una notte da leoni). A me pare che dietro la storia della bruttina sfigatella si nasconda una che c’ha più culo della Kardashian! 

O forse in fondo la mia è tutta invidia. Perché mentre Bridget è finalmente riuscita a “intrattenere una storia con due uomini fantastici”, Darcy e Jack, c’è chi il massimo che si può permettere è ancora quella con “ciocco e lato”. 

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