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#Giovani si, #coglioni no

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#Giovani si, #coglioni no

coglione-no-campagna-diritti-creativi-4Arriva nella mia vita con una tempistica a regola d’arte la campagna #coglioneNO ideata da Stefano De Marco, Niccolò Falsetti, Alessandro Grespan, filmaker del collettivo ZERO. A me piace, #coglioneNO. Guardo i video e li sento come sorsi d’acqua quando hai sete: dissetanti, urgenti, unici. Tre video che denunciano e criticano un sistema basato su (stra)ordinari opportunismi, (stra)ingrati sfruttamenti e (stra)squalificanti azioni.

Preparati giovane creativo/a, #socialgnock, freelance sì, #coglioneNO! Accade anche quando di strade ne hai percorse tante e altrettante ne hai cambiate per superare fossi, ostacoli, muri. Per rimetterti in piedi dopo essere caduto. Causa imprevisti spesso improvvisi. Scaltri, a volte, perché in un Paese dove il lavoro non è più un diritto, men che meno per i freelance, gli imprevisti sembrano cercare chi ha meno pelo sullo stomaco e con schiettezza, tenendo i piedi per terra, dice: «Io sono così, sono qui».

Protagonisti un idraulico, un giardiniere e un antennista, profili professionali richiestissimi oggi – ed è proprio qui che si gioca tutta la contraddizione – che, a lavoro ultimato, invece di ricevere la meritata retribuzione si sentono dire: «Forse ci siamo capiti male. Te lo dico onestamente, per questo progetto non c’è budget» o «non posso pagarti, ma puoi mettere questa esperienza nel tuo curriculum» perché, del resto, nella vita «per poter realizzare i sogni bisogna fare “un po’” di sacrifici». Senza contare che «ti sto dando una grande opportunità di visibilità».

Frasi che qualsiasi freelance, copywriter, giornalista, web designer, grafico, fotografo, pubblicitario o comunicatore si è sentito dire almeno una volta nella sua carriera, volendo essere molto ottimisti. Quando sei alle prime armi, infatti, pensi che in fondo iniziare a lavorare gratis rappresenti una tappa obbligata della tua crescita professionale. E che è necessario fare la famosa “gavetta” stringendo i denti e andando avanti perché tanto, prima o poi, si verrà lautamente ricompensati. O almeno è quello che noi giovani ci siamo sentiti dire fin da piccoli dai nostri genitori, cresciuti a pane, ideali e quel sentimento cristiano del sacrificio a prescindere.

Per carità, non siamo mica nuovi a questa disdicevole quanto radicata dinamica di alterazione semantica in campo lavorativo: da anni abbiamo imparato che “flessibilità” significa “precarietà”, che “ferie” significa “reperibilità”, che “formazione” significa “sgravi fiscali per l’azienda”, che “disponibilità” significa “attitudine a farsi schiavizzare”, che “grande opportunità per te” significa che devi correre a comprare la vasellina in farmacia e che “visibilità” il più delle volte sta per “potrei pagarti ma non lo faccio perché vivo a “supercazzoland” e lì la visibilità è conio, a pranzo mangiamo i like e per questo abbiamo un’invidiabile silhouette”.

Ma poi, quando certe frasi iniziano a ripetersi alla terza,quarta,quinta,sesta esperienza, capisci che c’è qualcosa che non va. Che c’è qualcuno che lucra sulla tua disponibilità e propensione a mettere a frutto le tue capacità e gli anni passati sui libri, i master pagati con il sudore e la fatica, e le esperienze maturate (senza beccare mai uno stipendio che si possa definire tale).

E allora inizi a indignarti sul serio e desiderare di fuggire a gambe levate da questo Paese, rimettendo in discussione tutto: i famigerati sacrifici, gli affetti, e la voglia di entrare a far parte della famosa “classe dirigente di domani”, oppio delle ultime due generazioni, quelle venute su al suono di: «Stay hungry, stay foolish». E così finisci per pentirti del percorso di studi che hai scelto, dei tuoi troppi “sì” a lavori mal pagati perché non c’era scelta e, a monte, della decisione di seguire le tue inclinazioni e i tuoi sogni.

Poi rifletti e ragioni. Il problema, creativo / freelance che non sei altro,  non sei tu. Ti rendi conto che è il sistema ad avere un’enorme falla al suo interno e che tu ci sei finito dentro con tutte le scarpe, più o meno inconsapevolmente, e che adesso è troppo tardi per tornare indietro. Ma se ti guardi intorno, almeno, ti accorgi di non essere solo. Della serie , il male è sempre più comune, ma di gaudio ce n’è sempre meno.

Siamo circondati da un mondo di gran farabutti che vogliono solo incassare. E non hanno alcun interesse a costruire. Costruire cosa? Relazioni, successi. Qualcosa che vada oltre lo sfruttamento. Perché i grandi risultati si ottengono solo quando c’è rispetto e soddisfazione nel portare a termine un lavoro.

La campagna per il rispetto dei lavori creativi è anche la reazione di una generazione di giovani, alle mail non lette, a quelle lette e non risposte e a quelle risposte da stronzi. È la reazione alla svalutazione di queste professionalità anche per colpa di chi accetta di fornire servizi creativi in cambio di visibilità . I social network straripano di “piagnoni”, che su Facebook inneggiano alla campagna #coglioneNo e poi sfiorano vette inesplorate di servilismo e si svendono per un pacchetto di arachidi messicane.

Professionalità. Alla mia mi sono aggrappata come una ballerina al suo palo di lap dance. Ho difeso dignità e integrità da vessazioni e tentazioni superficiali. Anche a costo di essere considerata professionista di serie B.

Sai che è così e ti va bene perché hai scelto di credere in te. Di continuare a guardarti allo specchio sorridendo. Di sentirti bene nella pelle. Vai avanti, sentendoti spesso un alieno. Tanto più quando qualcuno vuole infilarti nella tribù dei #guru#guerrieri, #pionieri, #eroi, #visionari.

A cosa servono queste etichette? A mio parere a nulla. Credo sia più importante essere sostenibile. Essere capace di fermarsi, per guardare, per ascoltare, gli altri, se stessi. La sostenibilità è fragile, vuole il nostro rispetto e sostegno. Ah, la sostenibilità non è mai fuori budget. Quindi neanche io.

Il mercato del lavoro è storicamente un campo pieno di battaglie politiche da combattere e se non siamo disposti a intraprenderle, non possiamo indignarci per la disfatta. E il primo terreno da cui partire per fare buona politica, è la nostra vita, il nostro comportamento. Siamo il portfolio di noi stessi. Ed è per questo ed altri motivi che io la campagna #coglioneNo la benedico e l’approvo. L’approvo nei tempi, nello stile, nel tono e nei contenuti. Nella sua leggerezza apparente e nella sua essenzialità sostanziale. Mi fa pensare che in Italia ci siano ragazzi gagliardi che, a loro modo, stanno emergendo. Alimentando così la speranza che, un giorno, guardando la superficie di questo paese, vedremo qualcosa di bello a galla. A parte i soliti stronzi, intendo.

 Inoltre, se lavoriamo, significa che a qualcuno serve la nostra competenza e la competenza ha un valore. Finché non impareremo a riconoscerlo noi, finché non lo tuteleremo e non pretenderemo che questo valore sia riconosciuto, non aspettiamoci che lo riconoscano gli altri, così, per filantropia.

Si può lavorare con passione, certo, ma resta pur sempre lavoro. E il lavoro si paga. Sempre. Perché l’unica cosa che ci piace fare gratis è l’amore.

( P.S : per questo post nessun blogger è stato pagato)

 

  1. Grazie per tutte le informazioni aggiuntive

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