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Calais e i muri d’Europa

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Calais e i muri d’Europa

Europa. Anno Domini 2016. La Gran Bretagna pare abbia raggiunto un accordo con la Francia per la costruzione di una barriera di cemento armato, alta 4 metri e lunga 2 chilometri per arginare i flussi migratori incontrollati che minacciano, secondo il governo, la stabilità del continente. I lavori di costruzione del muro attorno all’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover cominceranno molto presto, come riporta il Daily Mail e a pagarne interamente i costi sarà il governo britannico, per quasi due milioni e mezzo di euro. Che Calais sia nel caos, è innegabile: “the Jungle”, come viene soprannominato il campo profughi della cittadina francese, è teatro di numerosi scontri e manifestazioni pro e contro immigrazione, anche e soprattutto per la precarie condizioni in cui versa, ma rappresenta, idealmente e geograficamente un porto per la terra promessa: l’Inghilterra e i mari del Nord. L’imponente quanto pretenzioso progetto si è già guadagnato l’appellativo de “La Grande Muraglia di Calais” ma non è l’unico muro fisico e politico d’Europa.

Al confine tra l’Ungheria e la Serbia, 175 km di filo spinato, alti 4 metri, separano l’Europa dal Terzo Millennio, e il governo di Viktor Orban ha annunciato a breve che una nuova barriera fortificata anti-migranti verrà innalzata lungo la frontiera meridionale.

La pietra tombale dell’Europa però, è stata posta al confine fra Italia e Austria, al Brennero, in barba a Schengen, dove Vienna aveva intenzione di erigere una barriera alta 4 metri per scongiurare l’arrivo dei flussi migratori provenienti dall’Italia, ma per il momento ha schierato “solamente” 2200 soldati a protezione della frontiera.

All’imbrunire dell’anno precedente, Skopje ha cominciato i lavori per la costruzione di una barriera sovrastata dl filo spinato al confine fra Macedonia e Grecia, all’ombra di Idomeni, il gigantesco campo profughi che per mesi ha rappresentato un punto di riferimento per i rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Asia Minore.

Di imponente costruzione risulta al confine bulgaro-turco, la recinzione lunga 30 km che dovrebbe arrivare a coprirne quasi 160, per arginare il fenomeno della migrazione clandestina e per proteggere gli angoli dell’Europa dalle potenziali infiltrazioni terroristiche.

I chilometri di ferraglia e di cemento armato, i caschi dei militari che scintillano sotto il sole, i manganelli impugnati come spade a difesa dell’Europa cristiana e civile contro gli ottomani invasori e barbari sono diventati, tristemente, i simboli di un continente che pare sgretolarsi sotto i colpi dell’antifederalismo, dell’euroscetticismo e della sottovalutata rimonta dei nazionalismi. Il fenomeno migratorio è sicuramente la spada di Damocle e il più grande banco di prova della solidità e della capacità risolutiva delle istituzioni europee, ma il panorama delineatosi pare non promettere certo nulla di positivo. L’Europa agognata da Spinelli, da Schuman, sudata e combattuta non coincide sicuramente con quella in cui siamo costretti a vivere oggi: “non ci sono solamente migliaia di rifugiati alle porte della fortezza Europa, c’è il capolinea e il simbolo del fallimento del nostro intero sistema. Dal filo spinato di Idomeni, passando per i cordoni di Ventimiglia, al cemento del Brennero, l’Unione Europea sta dimostrando tutta la fragilità di una struttura basata sull’eguaglianza monetaria e sulla diseguaglianza sociale, un sistema che consente ad uno stato membro di costruire un muro al suo confine, violando Schengen, ma che distrugge e opprime l’eurozona mediterranea perché non rispetta i parametri di bilancio.” E di certo, se l’Inghilterra stesse cercando un simbolo che rappresentasse e convalidasse il voto del referendum del 23 giugno scorso, lo ha trovato facilmente, a Calais.